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La famiglia ha dichiarato che Marjane Satrapi è morta di dolore. Non ha aggiunto altro. Non ha detto se si è tolta la vita, se il cuore si è spaccato, niente. Non serve eziologia clinica: avrebbe solo dato una notizia falsa. Marjane è morta di dolore. Punto. Il dolore ha vinto quando Mattias Ripa, suo marito, l’amore della sua vita, è morto nell’aprile del 2025 a cinquantadue anni. E il dolore, da allora, ha occupato tutto lo spazio disponibile, fino a non lasciare margine per nient’altro. Un anno e qualcosa, poi anche lei è andata via, a cinquantasei anni.
Tutta la sua opera si muove attorno a una verità filosoficamente indicibile: dolore e felicità non sono opposti. Sono gemelli confliggenti, certo, ma indissolubilmente legati, incapaci di esistere l’uno senza la presenza silenziosa dell’altro. C’è però un corollario che vale la pena spingere fino in fondo. Se il dolore che occupa tutto lo spazio rende impossibile continuare a vivere, il suo contrario — la felicità che prende tutto, che non lascia un centimetro di ombra — non produrrebbe beatitudine, ma cecità. Chi non conosce il dolore, chi non ne tiene una riserva dentro di sé, non riesce a riconoscerlo negli altri.
L’articolo completo di Roberto Saviano su Repubblica